EMANCIPARSI NON SIGNIFICA EVITARE IL DOLORE — DONNE E POTERE
Adriana Tanese Nogueira
Psicoanalista | Instituto AELLA
adrianatns@icloud.com
Custodi di quella dimensione umana che, per metafora, chiamiamo “cuore”, le donne sono finite col portare visibilmente sulle proprie spalle il dolore del mondo. Viviamo su un pianeta segnato dal dolore; chi mantiene il cuore aperto entra in contatto con il proprio dolore e, per estensione, con quello collettivo. Le donne hanno bisogno di riconoscere questo dolore: come loro, come nostro, come umano. Invece di subirlo passivamente, è tempo di conoscerlo, di osservarlo, di sostenerlo e di assumerlo con consapevolezza. È da qui che possono nascere le condizioni per un’emancipazione reale e non illusoria.
Il potere che molte donne hanno conquistato oggi si colloca ancora, in larga parte, all’interno di un ordine simbolico maschile — separato dal corpo, dal sentire, dalla natura e dalla Terra. Per questo, una donna che detiene potere non è necessariamente una donna integra, autentica o capace di amore. Spesso accade il contrario. Per accedere a quel tipo di potere, ha dovuto recidere, con maggiore determinazione rispetto ad altre, la dimensione storica del femminile che portava con sé: la casa, la maternità, il sentire, la sensibilità.
Solo le donne capaci di assumere il proprio dolore — e il dolore del mondo — possono sostenerlo davvero. Ma ciò è possibile soltanto con coscienza e umiltà. In questo processo si apre una soglia che conduce a una nuova fase della loro evoluzione e di quella umana. Come Persefone al compimento della sua esperienza, esse diventano regine potenti del mondo invisibile. L’invisibile è ciò che si sente. È in questo sentire che risiede la chiave della trasformazione femminile — e, per necessità e per osmosi, anche di quella maschile.
Affinché questo processo possa realmente avviarsi, le donne devono giungere al limite della sopportazione: non tollerare più la sottomissione, la menzogna e la finzione. Oppure, prima ancora, trovare il coraggio di affrontare la propria paura. Forse scopriranno allora che il mostro a sette teste non era altro che la vita che stavano conducendo.
